La newsletter teatrale di Casa Fools

Ogni due settimane prendiamo di mira il presente e cerchiamo di capirlo attraverso la bellezza, l’arte e la poesia.

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A chi appartieni?

Domanda che al sud può significare: di chi sei figlio?

Più sinteticamente: chi sei?

Appartenenza significa identità, e se non appartieni a niente e nessuno non sei di niente e nessuno. Ma niente e nessuno è fatto per non appartenere.

Che incipit, buon anno! Iniziamo?

Oggi Edgar Degas. Cosa c’entra con questa Lettera, lo capirai in fondo. Ora ci concentriamo sui suoi gruppi d’appartenenza: ballerine, orchestrali, platee… Le immagini che abbiamo usato le trovi qui.

La fisica quantistica ha dimostrato definitivamente che l’intero è sempre più della somma delle sue parti.

Una melodia è più dell’insieme delle singole note,
un romanzo più dell’insieme delle sue parole,
la materia più dell’insieme dei suoi atomi,
una comunità umana è più dei suoi componenti.
Nonostante stare insieme comporti una serie di regole controintuitive per l’istinto, abbiamo sempre voluto unirci. Anzi, abbiamo il terrore dell’esclusione, dell’isolamento.
In adolescenza è più visibile che mai. E l’adolescenza oggi la si può incontrare a 16 quanto a 56 anni. Sempre si vuole appartenere.

E i rari casi in cui scientemente non si appartiene a nulla, si appartiene a chi non vuole appartenere a nulla.
Che paradosso.

Eppure è così: l’intero è più della somma delle sue parti.

Degas non sopportava la pittura “di sentimento”, diceva che l’emozione arriva solo dopo un lavoro ossessivo: “Bisogna rifare dieci volte, cento volte lo stesso soggetto. Nulla in arte deve sembrare casuale, nemmeno il movimento”.

Se volessimo fermare le violenze di un bullo, il più grande, il più forte, il più addestrato, violento, imprevedibile, a nulla servirebbe la contrapposizione individuale.

Provare a contrapporsi al potere con la nostra unica unicità, la splendida individualità, la libertà indipendente di persone emancipate (e quindi sole), è fuorviante. Quel bullo, presi singolarmente, ci farebbe a pezzi.

Potrebbe fare di noi quel che vuole, ci potrebbe persino sparare a sangue freddo per strada, così, di botto, dal finestrino della macchina, mentre cerchiamo di andare via. E poi darci la colpa perché abbiamo cominciato noi, come da bambini. Se ne andrebbe con la canna del mitra fumante e un sentimento di giustizia tra i denti.
E non verrebbe nemmeno arrestato. Chi potrebbe mai arrestarlo? È lui che comanda, dovrebbe autodichiararsi in arresto.

Vale sempre la stessa regola di San Mario da Monicelli:
“Io so’ io, e voi nun siete un cazzo.”

Iniziò a perdere la vista a trent’anni. Invece di smettere, cambiò tecnica: più materia, più gesto, meno precisione. Dipingeva ciò che stava per non vedere più.

Ma l’insieme è più della somma delle sue parti e, come la storia e la fisica ci insegnano, se ci mettessimo tutti insieme cambierebbero le sorti del bullo di turno.

Ma mettersi tutti insieme è faccenda complicata. Appartenere, sostenere un’idea, un sentimento, una ragione in massa, unendo persone dalle sensibilità diverse, necessità e ideologie diverse è un processo macchinoso.

Perciò si dice che il potere: divide et impera.

Ma cosa vuol dire appartenere?
A chi appartieni è più di una discendenza, è famiglia elettiva, spirituale, emotiva e umana, artistica e sociale, etica e morale.

Il senso di appartenenza è uno dei sentimenti più potenti della natura, capace di renderci più di quello che varremmo come singola persona.

Che bello, vero?
No. Non solo. È pericoloso.

Dipingeva spesso da angolazioni scomode, come se guardasse di nascosto, convinto che la verità emerga solo quando non ci si mette in posa. “Per me la ballerina non è che un pretesto per rappresentare il movimento”.

Pericolosa l’appartenenza, proprio per la sua potenza.

L’appartenenza è un attimo che si fa squadrismo, fanatismo, fascismo. E pensi di stare nel giusto, nel bene.
È bello il senso di appartenenza, quanto pericoloso. Insieme sconfiggiamo il bullo così come l’insieme dei bulli può sconfiggere noi. Insieme possiamo ambire alla giustizia, e perseguendola, creeremmo nuova ingiustizia. Appartenenza significa che c’è un noi e, necessariamente, un loro.

Ahia.

Quindi, è un sentimento inclusivo o esclusivo il senso di appartenenza?

Se appartengo a una cerchia, non è che tutti vi possono entrare eh. Sennò non è una cerchia. Ma se non c’è cerchia non c’è appartenenza.

Come se ne esce?

Non idealizzava i corpi: li mostrava stanchi, storti, contratti. Sosteneva che il corpo femminile era la materia che assorbe meglio la luce. Non cercava la bellezza: cercava la verità della luce sulla pelle.

Il teatro ci offre un modello intrigante di appartenenza che potremmo analizzare.

Una compagnia che mette su uno spettacolo, se lavora in sinergia completa, e ciò non è affatto scontato, è una cerchia con un forte senso di appartenenza. Che si faccia parte di un gruppo amatoriale o di una compagnia pluripremiata, che si danzi, si reciti, si canti non importa: il fine della condivisione di un brandello di bellezza, incanto e poesia unisce in maniera sensibile.

Nel periodo di allestimento si parla con le frasi dello spettacolo. Si captano nel mondo stimoli utili alla creazione dello stesso, si mangia, si pensa, si suda insieme. Il senso di appartenenza diventa tale che mai e poi mai tradiresti quei compagni, quei pensieri, quello spettacolo.

Poi si va in scena, ci si confronta col pubblico, si condivide adrenalina, applausi, incidenti, commenti, si fanno repliche. Una volta consumatosi il tempo della nascita si va via, i singoli individui faranno parte di una nuova comunità, che si stringe attorno a un nuovo spettacolo, che, probabilmente, genererà un nuovo senso di appartenenza.

E così via.

Teneva quasi tutte le sue opere nascoste in scatole. Venivano alla luce solo quando era costretto a venderle per vivere.

E dall’altra parte del palco succede la stessa cosa, ma più rapidamente.

Il pubblico è fatto di individui estranei l’uno all’altro. Ma nella condivisione dell’evento questa estraneità mano a mano si fa labile.
Inizio a sorridere alle persone che non conosco, cedo il passo, faccio accomodare, commento… inizia lo spettacolo.
Se è bello ci uniamo presto: applaudiamo insieme, ridiamo insieme, piangiamo insieme, reagiamo insieme, cantiamo insieme, tanto da sentirci appartenenti alla stessa cerchia. Una cerchia esclusivissima a cui apparteniamo solo noi: i presenti. Gli assenti sono fuori. E non sanno, non sono come noi ora, qui, adesso.

Lo spettacolo finisce, fuori dalla sala ci possono essere i riverberi di questa appartenenza, che si scioglie pian piano, dissolvendosi.

Quindi: il senso di appartenenza è inclusivo o esclusivo?
È un bene o un male?
È violenza o accoglienza?

Morì a Parigi nel 1917, quasi completamente cieco, all’età di 83 anni. Se vuoi approfondire ti suggeriamo due brevi documentari: questo e questo.

L’appartenenza pericolosa è quella che pretende esclusività, obbedienza cieca, partecipazione obbligatoria. Questa è coercizione, tipica delle sette, che può generare un pericoloso senso di appartenenza, molto potente, accecante, che prevede la sopravvivenza di un noi a discapito dell’eliminazione dell’altro.

Ci sono famiglie nelle quali puoi entrare e dalle quali puoi uscire. A chi appartieni non significa solo: chi ti ha generato, ma: cosa scegli. Scegliere è sempre un atto esclusivo, appartenere è escludere.

Il bullo, da soli, ci fa a pezzi.
L’appartenenza è l’unica arma che abbiamo.
E come tutte le armi, può salvarci o distruggerci.
Facciamo solo occhio.

(E andiamo a teatro).

Questa è “La Lettera”, la newsletter teatrale di Casa Fools

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ALFONSINA STRADA

con Federica Molteni
regia Michele Eynard

Apriamo questo anno con gli spettacoli scelti dal CCC*, il pubblico che seleziona per il pubblico.
Questa è una storia bellissima, che ci può ispirare, commuovere e far ridere. Alfonsina è figlia di contadini dei primi del ‘900. Tempo in cui il ciclismo è per impavidi eroi. Tutti maschi. Alfonsina è una bambina quando si innamora della bicicletta. Una ragazza quando si allena di nascosto. Una donna quando diventa una campionessa.

Trailer

CASA FOOLS
23 e 24 gennaio h21:00
Info e biglietti

TEATRO PINELLI

SHAKESPEAROLOGY

Una produzione: Sotterraneo
Con: Woody Neri
Testo: Daniele Villa

Luci: Marco Santambrogio
Costumi: Laura Dondoli
Sound design: Mattia Tuliozi

Nel Teatro Pinelli, bello tra i belli, andrà in scena uno spettacolo che gira l’Italia da anni, acclamato, prodotto da una grande compagnia, Sotterraneo Teatro, premiata e riconosciuta. Arriva al Pinelli Shakespearology.
Sir William Shakespeare in persona prende parola per raccontarsi al pubblico di oggi. Un one-man-show ironico e sorprendente che intreccia biografia, teatro e cultura pop.

TRAILER

TEATRO PINELLI
30 gennaio h21:00
Info e biglietti

IN TOUR

A Bormio, in occasione delle Olimpiadi Invernali MIlano Cortina 2026 andrà in scena la nostra Traviata Opera Pop!

“Talvolta si amano personaggi immaginari come fossero reali.
Violetta è una di questi.
Allora ho sognato di essere con lei negli ultimi istanti, per non farla sentire sola. Così come si fa con una cara persona che va via, pian piano, con la testa e poi con il corpo, la si asseconda, cura e accompagna.
E se vuole ricordare, per morire felice, sono qui, pronto a farmi carne e sangue delle sue memorie.”
Luigi Orfeo

Se di Traviata ne siete innamorati, o non ne sapete nulla, questo spettacolo saprà colpirvi dritti al cuore.
Una nuova versione, in forma Opera Pop, di Traviata di Giuseppe Verdi, con le musiche ricomposte per l’occasione dal M° Diego Mingolla.
Violetta sarà lei: Ilaria De Santis.

Sabato 31 gennaio – h21:00
Bormio
Per info scrivi qui.

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